Se l’azienda non riesce a conseguire il livello atteso di ROI pianificato, diventa dunque complesso (o anche solo costoso) verificare che cosa non ha funzionato o che cosa occorre modificare nel futuro.
Ma come si stanno ponendo nel concreto le aziende italiane rispetto a questa tematica?
Active ImageAbbiamo a riguardo voluto intervistare Maja de’Simoni che rappresenta in Italia lo European Event ROI Institute (diretta emanazione dell’Istituto di Phillips in Europa), a tutti gli effetti unica struttura in Europa e in Italia che applica una metodologia consolidata nel tempo e applicabile a tutte le tipologie di eventi.
Quali sono le considerazioni generali che si sente di fare rispetto al settore MICE Italiano e all’interesse mostrato nei confronti di questo nuovo approccio metodologico?
“ La misurazione del ROI è una disciplina che da più di vent’anni viene applicata alla formazione delle risorse umane negli Stati Uniti e nel nord Europa, soltanto riguardo al MICE essa si può considerare relativamente nuova e in senso generale per l’Italia, che arriva sempre un pochino in ritardo.
Mi sembra che le nostre aziende purtroppo siano ancora combattute tra un approccio di high e di low profile business.
Ovviamente in questa forbice, che rappresenta la distanza per un salto di qualità superiore di tutto il mondo degli eventi, si trova  anche ma non soltanto il calcolo del ROI.
A fronte di un ostentato interesse verso l’argomento, nel concreto il mondo aziendale italiano non dimostra di programmare importanti investimenti in questa direzione, anche se le conferenze di presentazione e i primi corsi promossi per permettere agli operatori di fare i primi passi in questo settore, hanno suscitato molto interesse verso il metodo.
Tuttavia i corsi teorico-pratici di approfondimento (della durata di 1 o 3 giorni e che conferiscono una conoscenza molto nel dettaglio dei meccanismi alla base del metodo) faticano un pochino a decollare; questo per la apparente ostilità dell’argomento e la sensazione generale che non si tratti di un “prodotto pret-a-porter”.
Per una spesa il cui valore è un ottimo investimento, si riceve un input al cambiamento di strategia e di approccio e si guadagna in crescita e professionalità dell’impresa.
Eppure questo per molti più che uno stimolo sembra un deterrente: infatti non riuscendo a vedere una facile applicabilità o una immediata commercializzazione dell’idea (del tipo cash and carry), rinunciano in partenza.
Questo in parte è sicuramente dovuto a un fatto culturale (in Italia infatti l’idea della formazione continua e quindi l’investimento in tal senso, manca) e in parte è dovuto al fatto che anche il MICE italiano, come il tessuto economico del paese, è fatto di tante piccole micro-imprese che stentano proprio sugli investimenti.
Quindi mentre all’estero (Spagna compresa, dove il ROI sta diventando un fattore cruciale della pianificazione strategica degli eventi) si investe e si approfondisce l’argomento, in Italia si “sublima” con creatività e spettacolarizzazione dove ci sono risorse (fingendo che il ROI sia soltanto intangibile o comunque la somma di fattori intangibili), mentre si versa in una manifesta  “crisi esistenziale” laddove le risorse sono scarse.”